Mondo pastorale tra osservazione scientifica e poesia

Vincenzo Ammazzalorso segue da anni con diuturna fatica la vita di un gregge, per raccogliere i momenti più significativi della vita degli animali e dell’utilizzo dei loro prodotti. Il panorama ottenuto, che è in realtà un’opera aperta in attesa di nuovi aggiornamenti, è talmente ampio che questa galleria è appena uno specimen significativo di un tale importante lavoro.
Il modo di porsi dinanzi ai modelli ha intenti diversi: una costante osservazione scientifica e un gusto dell’inquadratura privo di piacevolezze, ma aperto alle modalità esecutive di tempi, luoghi e situazioni. In questo ampio ventaglio di annotazioni, la lucidità di impegno può avere anche teneri richiami e contenuti sentimentali. E Ammazzalorso non se l’è sentita di trascurare qualche dolcezza romantica che, quando si parla del mondo pastorale, tocca le corde dell’animo di tutti. Perché la capretta all’abbeveratoio, il cane pastore in un attento riposo e il gregge del settembre dannunziano davanti ai calanchi sono nell’immaginario collettivo prima che in una fotografia.
Ma, rispettata la tradizione letteraria, non senza la fatica di appostamenti e con la soddisfazione di aver colto attimi di suggestiva bellezza, il fotografo è andato poi dritto al suo scopo; che è quello di mostrare alcuni aspetti di una realtà quotidiana, come tappe inedite di un percorso che si svolge da secoli nell’allevamento delle pecore: dalla nascita all’intervento umano per la prima poppata e all’allattamento di un agnello già autonomo.
Gli animali sono colti nella caratterizzazione della loro funzione vitale e possiedono una notevole immediatezza espressiva.
Altro carattere di staticità hanno invece le immagini con le pecore in attesa della mungitura, nell’ovile o accanto alla mangiatoia, in un sistematico avvicinamento di campo visivo, dallo spazio aperto all’individuazione ambientale quasi intima, che ricorda un presepe. Ammazzalorso ha varie modalità di avvicinamento al soggetto, per coglierne aspetti particolari, ma anche per raggiungere un’astrazione significativa della superficie. La funzione rappresentativa è superata, ad esempio, da una scansione di bianchi e di neri, con le teste delle pecore raccolte in una maniera che sembra estatica. Altro elemento di astrazione è nel tonalismo “morandiano” di una visione cha dà alle “pizze di cacio” descritte un’impronta di autentica poesia. L’immagine vira così verso una atemporalità metafisica, che ben si rapporta allo sguardo impenetrabile del pastore in riposo, anch’esso fuori dei momenti consueti della civiltà di massa.
In questo calendario sembra quindi di tornare in tempi lontani: non c’è una cifra tecnologica a ricordarci i ritmi incessanti della vita odierna. Qui tutto è calmo, senza toni idilliaci e senza sconvolgimenti: ogni visione, in quanto espressione artistica, è a sé stante, scelta dal fotografo per fissare un’inquadratura, per fermare il tempo in una riflessione che colpisca per individuazione e solennità. Il risultato conclusivo è privo di toni nostalgici e, al tempo stesso, di freddezza documentaria: Ammazzalorso sa dare al lavoro il carattere di testimonianza scientifica unitamente all’autenticità di un riscontro umano che richiami con giustezza il senso della memoria.

Nerio Rosa